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Andrea Meini. Segnali di Uomini AssentI

mostra
da mercoledì 2 aprile a sabato 12 aprile 2025
Spazio espositivo C.A. Ciampi, Palazzo del Pegaso, via de’ Pucci 16, Firenze

programma

Inaugurazione della mostra mercoledì 2 aprile ore 12.30
La mostra proseguirà fino al 12 aprile 2025 con il seguente orario:
da lunedì al venerdì, dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 19.00 - sabato dalle 10.00 alle 13.00.

Segnali di uomini assenti, la pittura di Andrea Meini
di Andrea Mancini
 
Sono opere singolari quelle che vediamo in questa mostra di Andrea Meini. Possono anche ingannare il visitatore, che certo non ha la sensibilità di un falco che scruta il paesaggio; nel nostro caso quasi sempre lo stesso, che mostra fortissima la figura umana, persino le tracce di un passaggio, senza farne vedere, però, la presenza fisica, l’effettiva esistenza. Quasi che il protagonista di queste opere se ne fosse andato, avesse abbandonato la scena. Insomma, una rappresentazione che insiste a fotografare un mondo totalmente disabitato.
L’uomo non c’è mai nella maggior parte delle opere, persino quando si tratti di luoghi più o meno selvaggi, agresti. In ognuna di queste tele (compreso piccoli, deliziosi affreschi), la presenza dell’uomo è ingombrante, rappresentata ad esempio, attraverso un incredibile campionario di baracche di lamiera o di altri materiali assolutamente provvisori, nelle strade bianche, con i solchi lasciati dalle ruote di un auto, forse di un carro, o ancora nel segno fuggente di un rio, che a noi ricorda le fughe di un Rosai, tra i vicoli – anche in quel caso vuoti e misteriosi – di una Firenze d’Antan, lontana come spirito anche dagli anni ’30, quelli della produzione dei tanti quadri ad esse dedicati.
Anche nelle opere di Andrea Meini noi avvertiamo qualcosa di analogo, un mondo ricco di segni, a cui non si darebbe nessun valore – come le straducole di Firenze e dintorni. In questi spazi vuoti, Meini ferma la sua attenzione, li erge a simboli di una condizione umana, forse di precarietà, di provvisoria vita, come albero sfiorito, che conserva le tracce di una magnifica presenza, anche se ormai questa non c’è più. In effetti, tutto parrebbe raccontare una malinconia, ma l’artista non sembra giocare con i sentimenti, le sue rappresentazioni sembrerebbero invece un documento della condizione umana o, meglio ancora, dello stato di una natura attraversata dall’uomo (ma poi appunto lasciata a se stessa).
Questo è insomma il paesaggio della Toscana, non c’è forse angolo che non abbia le tracce del passaggio di persone che l’hanno camminato. Persino il bosco che si apre davanti a noi sembra parentesi di una natura più verginale; ma ecco che, determinate condizioni climatiche, mostrano chiaramente il suo passato, vengono fuori i solchi della storia, le orme dei terrazzamenti, del lavoro di uomini e bestie.
È quello che succede in Meini, vediamo riprodotto un rio, anzi addirittura diversi rii, con impronte di acque – più spesso senza – che attraversano l’opera. Quei disegni-segni possono assumere valore cosmico, entrare dalla porta principale nel nostro immaginario, così come fanno le altre raffigurazioni del paesaggio, intrecciate nella trama tessuta da Meini, o forse meglio nei colori delle sue opere.
Penso ad alcuni particolari delle opere di Leonardo, alle ambientazioni cui si assiste se si osservano un po’ più a fondo quei capolavori. I luoghi, l’ambiente, il loro sapore, l’odore che chi è attento può avvertire, sono gli stessi, a partire dalla scelta dei colori, che rendono musica i toni di autunni struggenti. Questo almeno negli artisti citati, Rosai, da Vinci, Meini…
Meini ha mediato dai suoi maestri il rapporto con la grande pittura, soprattutto italiana, assumendo su di sé una linea di notevole originalità, questo almeno nelle sue opere più mature, come quelle degli ultimi anni, le stesse ospitate in questa mostra.
 
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